![]() Strana cosa che a ricordarlo ad un giorno di distanza, Via San Lorenzo si porti dietro tanta malinconia. Strano che le risate e i lazzi, il gioco e il buonumore lascino il passo ad una punta di tristezza al sapore di miele. O, forse, anche troppo normale; scontato quasi. A ricordarlo il giorno dopo, Via San Lorenzo ti torna in mente come la risata dell’ubriaco che passa oltre la notte di sbornia in un eco cinematografico. Il riso di ieri continua sulle note del silenzio della notte, ma è di ieri, appunto, l’hai vista passare nell’irripetibilità dell’evento. Si fa sorriso. Oggi, semmai, ti sorprende la scelta di chiudere tutto lo spettacolo nello spazio di un’attesa: spazio teatrale per eccellenza calato com’è tra un respiro e l’altro dell’azione. E ti sorprende perché stranamente arcano, socchiuso come l’anta di un armadio la cui serratura è rotta e la cui chiave è perduta, ad un passo tra il qui e il là. Nell’attesa passato e presente si confondono, si prendono per mano giocando al girotondo. L’è stato si prende in giro guardandosi nello specchio del potrebbe essere, del si, forse sarà, magari, ma potrebbe anche non essere. E negli echi delle avversative si insinuano paure: quel che è stato non tornerà ad essere mai più, è passato, e se lo cerco in un cimitero potrei sorprendermi a scoprirlo non più mio congiunto perché quel che ero non è già più quel che sono e non è quel che sarò. L’invettiva a farsi fotografare ogni anno, per aver la foto buona per la lapide si porta appresso, in Via San Lorenzo, la trista consapevolezza della morte ad ogni passo e che il ricordo va tenuto fresco come i fiori di giornata. Quella stessa morte che, in famiglia, si cerca di evitare mettendo il più piccolo dal lato del muro e non da quello della strada perché è sempre meglio che ad andarsene prima siano i più vecchi, almeno quelli dell’età della nonna che ripete all’infinito “E non era meglio che me ne andavo prima io!” che quasi quasi convinceva tutti noi parenti. Consapevolezza antica, questa, di un’Italia che scompare, che trascolora nel ricordo di una generazione già antica benché giovane. Oggi, in fondo, nessuno capisce più, o lo ricorda, quel bel sentimento intriso di dolcezza che c’è nel gesto di scambiarsi la mano col fratellino più piccolo per metterlo al sicuro dal mostro dell’incidente fortuito, della disattenzione, del potrebbe non più essere. Quel che sorprende di tutti gli spettacoli di Sergio Vespertino è che essi sono come uno sfogliarsi di album di foto ricordo. Ingiallite dal tempo, fatte buffe dalla posa forzata di uno scatto quotidiano e fortuito. Te le guardi una dopo l’altra con strana complicità perché pur essendo il ricordo di un altro te le riconosci un po’ come il tuo proprio. E così quella mamma è anche la tua; quel padre pure e quello strano spaesamento per la ragazza bellissima che potrebbe cambiarti la vita è proprio come quello che provasti un giorno. Le foto vanno e vengono tra risate più o meno fragorose che son proprio quelle che ti capita di farti quando te le guardi con gli amici ed indichi: “guarda qui che buffo” o “ti ricordi quella volta” e tra una pagina e l’altra ci sta pure che il sorriso ti si geli nel ricordo. Per questo, a ricordarlo il giorno dopo, Via San Lorenzo, come tutti gli spettacoli di Sergio Vespertino ti torna in mente con un pizzico di complice affetto. Non è la magia del teatro. È la magia del suo teatro che è frutto d’uno shakeraggio indiavolato di cabaret (da stand up commedian che dice sempre se stesso e, quindi, un altro) e teatro comico di maschere perché tali sono la mamma, la fidanzata, l’amico fidato: maschere fisse, di cuoio duro, eppure così umane. Via San Lorenzo è, però, spettacolo stranamente di due anime. Forse per il suo flirtare con l’attesa che confonde le carte in un tempo di nessuno. C’è l’anima della cronaca familiare, nella quale Vespertino è insuperabile, consumato professionista di spudorate confessioni sempre pronte a scivolare nel l’universale (in fin dei conti della mamma sappiamo tutto, già dai tempi di Fiato di madre, fatto salvo chi era veramente). E c’è l’anima romantica della storia d’amore, del cambiamento del latin lover tutto letto che, forse forse, la testa a posto vuole metterla. In mezzo, i lazzi della consueta battaglia dei sessi, con gli amici da una parte e le donne dall’altra che un po’ti seducono, un po’ ti comandano a bacchetta. Sulla seconda anima, forse, lo spettacolo un po’ traballa. Non cade mai perché all’attore basta una piroetta, un giro su se stesso ed ecco che il senso d’equilibrio non è perso. Ma un po’ dispiace che s’affanni in ripetizioni che son quelle di chi, là là per cadere, saltella sul posto. Un piccolo difetto per un testo spesso formidabile. Ma lo spettacolo ha due anime anche perché sulla scena son due che si adoperano a dargli vita. Come sempre in Vespertino la scena si divide con la musica ed è la musica a dare un ritmo, un senso, un valore ad uno spettacolo che sembra d’attore e non sempre lo è. Le musiche di Pier Paolo Petta non si limitano a riempire di suono. Sono scenografia, colore, ritmo, stampella che tiene il più possibile il vestito senza piega, pronto all’uso. Forse per questo anche il musicista sta in scena. Timoroso quasi dello spazio che occupa. Al centro, però, con l’attore a dividersi gli applausi. Alessandro
Izzi
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