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11 dicembre 2011
L'UOVO DI COLOMBO ovvero una vera storia di Cristoforo Colombo con Antonio Buonanno, Ciu' Ciu' Caruso, Marina Cavaliere, Ciro D'Errico, Clelia Liguori, Niko Mucci scene e costumi Sissi Farina, Anna Verde, Francesco Bruno Sorrentino, Antonio Genovese musiche e arrangiamenti Luca Toller, Niko Mucci direzione tecnica Amedeo Carpentieri regia Niko Mucci
Le parole sono strane creature. Hanno una vita loro che spesso è estranea anche a chi le usa per scrivere o parlare.
A volte scivolano come il velluto di una prosa preziosa, ammorbidendosi in pieghe inaspettate. Altre volte martellano come una pioggia insistente che gratta sull’asfalto, profumando di bagnato. Altre volte ancora scivolano nel silenzio e cercano echi bui nel vuoto tutto intorno. Ci sono poi le parole che esplodono come fuochi d’artificio, che scoppiettano come allegri petardi o che si dilungano in fontane colorate che sono stupore per gli occhi prima ancora che per le orecchie. Di quest’ultima categoria fanno parte le parole che compongono il copione di L’uovo di Colombo presentato in prima assoluta al Teatro Remigio Paone di Formia e all’interno degli spettacoli di Famiglie a teatro a cura del teatro Bertolt Brecht. L’intero spettacolo è un gioco di equilibrismi ginnici. Le parole (e con loro le idee) vi corrono in cerchio mentre prodi cavallerizzi, i personaggi, saltano da una groppa all’altra nello stupore bambino del pubblico. Volano tra i trapezi, sfidando la gravità del silenzio senza neanche premunirsi di una misera rete di sicurezza. Sono il gioco di una scavezzacollo divertito che caccia rime come fossero farfalle in cerca di assonanze e rimandi. Guardando lo spettacolo te le pensi un poco come i birilli lanciati in aria da un clown che nel frattempo sta in equilibrio su una gamba sola mentre qualcun altro gli tira, birichino, il lembo della giacca per farlo cadere. L’aspetto più bello di L’uovo di Colombo è certo questo gusto ludico per i giochi fatti di parole dai tempismi perfetti, tirati col cronometro del centometrista senza affanno. E diventa splendido quando anche gli attori arrivano in scena come camerieri sui pattini a servire al volo le loro ordinazioni. Del resto la scuola di teatro da cui provengono è delle migliori, non c’è che dire! Il problema di L’uovo di Colombo è che a questa capacità superba di tenere un ritmo senza cedimenti ci aggiunge anche la voglia e il bisogno di dire qualcosa. Anzi: di dire più cose. Sicché ad un primo quadro che ci racconta le dispute accademiche di un’università che pensa a Tolomeo quando, dal basso, comincia a premere l’idea che la terra sia tonda, ne segue un altro che sposta l’attenzione sull’ingerenza della Chiesa anche nelle cose scientifiche, politiche e comunque secolari. Poi, dopo un lungo e peregrino viaggio in mare (forse la parte più fanciullesca e ricca di invenzioni) ecco l’America e subito l’attenzione si sposta, rapida rapida, sull’impatto culturale, sull’antropologia, e sugli indiani espropriati di terre e dignità. Con pure la trovata, geniale a modo suo, dell’indiana che si improvvisa in un’intervista da TG: ultimo degli infiniti ammiccamenti alla nostra Italia in crisi economica e culturale. Troppo per uno spettacolo che si vuole per ragazzi e che rischia di perdere, in un gioco d’improvviso troppo adulto e troppo alluso, la bussola del suo target ideale di riferimento. Se in fondo lo spettacolo regge anche coi più piccini, lo si deve quindi alla sua dimensione da musical che non sta solo nell’aggiunta, qui e là, di sapide canzonette (cui avrebbe giovato una maggiore integrazione con l’azione), ma si annida anche nella logica paradossale delle invenzioni spesso visuali, sempre gioiosamente incongrue che popolano lo spettacolo. Si pensi, tanto per citare il caso forse più clamoroso, al prete che arriva a fine viaggio, a nuoto con tanto di pinne e occhialini: mirabile invenzione. Al di là di tutto, comunque, L’uovo di Colombo colpisce per la sua voglia di sciogliere la didattica nel gioco, per la sua precisa ambizione di restituire anche al divertissment (sia pure per bambini) la sua dignità intellettuale. E lo fa con un brio ed un’inventiva invidiabili. Alessandro
Izzi
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