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La finestra sulla scena

14/15 gennaio 2012
LE PREZIOSE RIDICOLE
(ovvero LA PROVA DI FURFANTINO)
un atto unico di  Molière
regia/adattamento Giovanni Meola
con (in o.a.)  Melania Balsamo, Luigi Credendino,  Sara Missaglia, Enrico Ottaviano, Alessandro Palladino, Chiara Vitiello
costumi  Annalisa Ciaramella
ass.te alla regia Vittoria Smaldone


Chissà se Giovanni Meola, regista di quel Le preziose ridicole che è andato in scena ieri al teatro Remigio Paone di Formia all’interno della stagione teatrale del Bertolt Brecht, conosceva e teneva a mente l’omonima opera lirica in un atto di Felice Lattuada nell’ideare il suo spettacolo.

Verrebbe, incontrandolo per strada, magari davanti ad un caffè, di chiederglielo se non fosse per il fatto che, in fondo (e pochi se ne accorgono), l’intervista è la nemica numero uno della critica perché, a risposta certa, si deve spesso smettere di sognare connessioni tra autori lontani, tra pensieri, tra idee.

La domanda, come recita l’adagio, sorge spontanea soprattutto quando lo spettacolo di Meola lo si comincia a seguire con gli occhi chiusi, ascoltandolo, cioè, come fosse un disco in vinile di pregiata fattura. Perché, in fondo, Le preziose ridicole nella regia di Meola è un’opera lirica in cui i versi di animali sostituiscono i gorgheggi dei cantanti ed in cui i dialoghi brillanti, scritti da Moliere con penna quanto mai felice stanno tutti a tempo tra gioiosi pizzicati d’archi e i rapidi guizzi di un’orchestra che è nell’aria, invisibile eppure sempre presente, inudibile benché ineludibile.

Alla fin fine già in Lattuada si respirava un poco d’aria di cortile. Soprattutto nella prima parte, la più riuscita coi suoi ritmi alla Camerini; da prima, insomma, che cominci la beffa a danno delle ridicole provinciali che si danno arie da gran dama. Già lì il padre, impostato sul registro di basso severo, aveva una sua aria un po’ scimmiesca, mentre le due cugine duettavano soventi con quegli oboi che solo qualche anno più tardi (siamo nel 1936) Prokofiev assocerà definitivamente alle oche. Per Lattuada più che un’intuizione, questa regressione animalesca se la vive come caratteristica del linguaggio dell’opera buffa, coi settecentismi di Lo frate nnamurato di Pergolesi presto abbandonati da Lattuada a favore dello svenevole stile verista del corteggiamento che ha un senso più musicale che teatrale. E la sua opera la infila in un solco di fine anni ’20 già propenso alla commedia (ed al cinema ancora stretto parente del teatro) che ha un cugino illustre in quel Wolf- Ferrari che più o meno negli stessi anni riprende, invece, un cugino stretto di Moliere con la stessa voglia di lasciarsi alle spalle la commedia dell’arte: il Goldoni de Gli rusteghi e Il campiello che è l’opera che chiude i conti di tutti i figli piccolini di quel patriarca della rinascita dell’opera buffa italiana d’inizio Novecento che è il Falstaff di Verdi.

Ecco: un po’ di questo mondo ci pare di respirarlo anche nella bella, ispirata messa in scena di Meola del capolavoro (forse il primo) di Moliere. Si ha quasi l’impressione, infatti, che il regista abbia preso l’opera in musica e l’abbia asciugata con un phon così potente che gli ha strappato di dosso tutte o quasi le note musicali e i pentagrammi dello spartito. Ne resta l’ossatura che, nel gioco della scena, si fa astratta, allude ad altro, si fa portavoce di un sistema di valori nuovo, ma sempre figlio di quel buffo d’opera che i napoletani ce l’hanno nel sangue malgrado loro stessi.

In fin dei conti la qualità della messa in scena di Meola è proprio nel suo essere operistica nel senso più ampio del termine e in un gioco in cui l’onomatopea animalesca oltre che ad alludere ai vizi animali dei personaggi messi in scena (come molti hanno notato) è intrinsecamente musicale ed allude semmai a quel Zabaione musicale che, inizio Seicento, costringeva i madrigali a muggire e chiocciare in sempre meno arditi contrappunti.

Diciamolo: quando prendiamo in astratto il lavoro di Meola, esso ci pare assai meno ardito di quanto effettivamente non sia. Sulla carta tutto può apparire sempre più bello o più stupido di quanto non sarà poi sulla scena, a contatto con gli attori e col pubblico che li applaude.
Del resto cosa ha fatto Meola? Ha preso Moliere e lo ha aggiornato, con pochi tratti ad un gusto più contemporaneo. Il testo l’ha sfrondato poco poco. L’ha reso più semplice e veloce, adattandolo al gusto d’oggi solo con l’aggiunta, qui e lì, di qualche parola del nostro lessico, di necessità ignorate dal grande francese. La strategia ha un fine chiaro: obbligare il pubblico a riconoscersi nel mondo di allora, portarlo a rendersi conto di come poco sia cambiata la società negli ultimi trecentocinquanta anni.

E in fin dei conti che cosa dovrebbe fare un autore se non aggiornare, adattare, riportare un testo al proprio pubblico?

Nel fare questo ha scelto una strada solo apparentemente alla Bene, utilizzando i versi degli animali per sottolineare i vezzi dei personaggi. E nel farlo si è creato una distanza di sicurezza con un artificio vecchio quanto lo stesso teatro: la messa in scena di una compagnia che mette in scena. L’oggi entra sul palco dalla scaletta di servizio. Più semplice di così!

A raccontarlo all’amico incontrato nel foyer ti stupisce quasi di dover ammettere che lo spettacolo che t’è piaciuto tanto poggi su un’idea così semplice. Ma è la stessa semplicità, a pensarci un attimo, con cui Giotto dimostrava la sua valenza di pittore: disegnando a mano libera un cerchio. Aspira alla perfezione e, nella sua pienezza d’ispirazione ci arriva vicino tanto più spesso quanto più asciuga le esagerazioni che pure erano a portata di zampa a giocar così vicino agli animali.

E forse, la sua cifra stilistica così pertinente lo spettacolo se la trova non solo nel superbo gioco d’ensemble di attori che meglio di così non sarebbe lecito chiedere, ma proprio in quella cifra musicale da cui eravamo partiti e che attraversa tutto lo spettacolo come un nerbo duro e cristallino che batte un ritmo adamantino e ricco di invenzioni.

Così s’avvera un paradosso strano: per aggiornare Moliere al gusto d’oggi bisogna fare un passo indietro.

A quell’autore che aveva voluto normalizzare la scena, obbligando lo spettacolo al copione perfetto che raccolga in istantanea i vezzi del suo tempo, si impongono scelte da commedia dell’arte. La maschera del Pantalone e dei Pulcinella, buttata fuori dalla porta, rientra dalla finestra in forma di costumi di animali da indossare coi corpi e colle voci. E questa scelta pare stia lì a dirci che non è del tutto vero, in fondo, che il settecentismo di Moliere sia tanto affine al nostro mondo così pieno di apparenze e così avaro di Sostanza. Perché Moliere un mondo così grigio e così borghesemente orrido se lo vedeva tutto intorno, ma davanti aveva un Illuminismo che sarà stata pure una grande illusione se non altro pareva vero e a portata di mano. A noi oggi che riguardiamo indietro per vedere noi stessi alla radice, quest’orrore ce l’abbiamo ancora intorno, ma davanti abbiamo, temo, poco più che la televisione di Maria De Filippi. Tendiamo decisamente un po’ di più al nero.

Alessandro Izzi




I commenti degli spettatori

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