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La finestra sulla scena

27 novembre 2011
NOVECENTO
di Alessandro Baricco
con
Paolo Cresta


Pasolini diceva che la poesia nasceva nei limiti e nelle sottrazioni.

Il cinema muto era, per il grande poeta e regista friulano, naturalmente legato alla sfera del sogno dalla mancanza del suono e dal rincorrersi di ombre sopra il buio. Il bianco e nero vinceva ad ogni passo e su ogni cosa per via dell’assenza del colore. Il cinema in 3D, così di moda oggi, probabilmente gli avrebbe fatto orrore per il suo essere troppo vicino alle cose e, quindi, alla prosa. 

È la “mancanza” a definire la poesia ed è la capacità di porsi delle limitazioni e di imporsi voti di castità a fare il poeta.

Su un altro fronte Bresson affermava che la capacità di servirsi bene dei suoi mezzi si riduce quando cresce il loro numero. A Dino De Laurentis che, nel vedere sul set di La Bibbia coppie di animali esotici per l’episodio di Noè, andava in giro gloriandosi di aver convinto il maestro francese a girare finalmente un kolossal, rispose che, nel film, di tutti gli animali si sarebbero viste solo le orme sulla sabbia (per la qual cosa, per inciso, fu licenziato in tronco).

Michelangelo stesso diceva che l’atto di scolpire equivale a togliere dal blocco solo quel marmo che è di troppo. Leopardi, da parte sua, di tutto un colle ermo e solitario, si andava a cercare appena la siepe che gli chiudesse l’orizzonte. E Tati del cinema sonoro amava più di tutto la più grande delle invenzioni: il silenzio.

Più modestamente Paolo Cresta il suo Novecento l’ha costruito su sottrazioni meno ingombranti. Il teatro gli ha dato un palcoscenico? Lui ci si è ritagliato un cantuccio appena. Potrebbe avere a disposizione un intero parterre di luci? Si fa bastare due piazzati e un semplice lume di scena. Ha tra le mani un testo che parla di musica? E sulla scena di musica quasi non se ne sente e quella poca che resta, sopravvissuta alle didascalie di Baricco, è pura atmosfera e remota suggestione di un dove e un quando.

Paolo Cresta il suo Novecento lo compone rubandolo al buio della scena. Il suo spettacolo è evocazione dalla notte, fantasma di un teatro ancora troppo giovane per contare i suoi morti. È teatro scolpito con la voce, con colpi di scalpello che torniscono il silenzio.

Quando sale sulla scena, l’attore appoggia a terra la valigia del mestiere, e ti mostra in bella fila tutti i virtuosismi di cui sa essere capace: le incrinature della voce, i sospiri, l’accavallarsi delle sillabe sempre intellegibili anche se cadono a pioggia. Ti apre il suo baule di segreti che lo spettacolo non è ancora davvero cominciato, con un’alzata di spalle che par quasi dire: “ È questo che so fare” e quando sei lì che ti aspetti ormai il lavoro dell’attore ecco che lui, invece, che ti fa? Si mette a suonare.

Il testo è il suo spartito, i parchi giochi di luce (l’ondeggiare della lampada sola a simulare la tempesta) sono i colori della sua esecuzione.
L’italiano, lingua delle mille sfumature, si perde proprio sul teatro l’ambiguità magnifica che hanno invece i paesi anglofoni per cui “giocare”, “recitare” e “suonare” si dicono tutti allo stesso modo. Come tradurrebbero nella loro lingua il bellissimo paradosso per cui l’attore in scena non recita, ma suona?

A raccontare la bravura di Novecento con sotto le parole il Clair de lune di Debussy son bravi tutti (e così spesso l’abbiamo visto in scena). Non è da tutti farsi bastare il silenzio per raccontare la musica.

Paolo Cresta restituisce alla parola il suo incanto. E lo fa contraddicendo lo stesso Baricco che, da letterato, aveva avuto meno fiducia sulle possibilità offerte dal Teatro e aveva chiesto, per la scena del duello tra pianisti, trenta secondi di pianoforte da sentire a tutto volume.
Ieri a teatro abbiamo potuto assaggiare con mano quanta ragione avesse Bresson a voler riprendere, degli animali, solo le orme sulla sabbia.

Merito di un attore di cui, certo, sentiremo parlare ancora e a lungo.

Alessandro Izzi



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I commenti degli spettatori

La Poesia continua .....dalla musicalità delle parole di Paolo Cresta alle parole immaginifiche di  Alessandro Izzo .....grazie
Francesca