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La finestra sulla scena

5 novembre 2011
LI ROMANI IN RUSSIA
con  Simone Cristicchi
adattamento teatrale  Prof. Marcello Teodonio
regia Alessandro Benvenuti, musiche Gabriele Ortenzi/Areamag



La vita di Elia Marcelli, autore di quel Li romani in Russia che è stato l’eccellente inizio di stagione al Teatro Bertolt Brecht, è di quelle che potrebbero benissimo stare in un film. Anzi in più di uno, viste le continue svolte che hanno costellato la sua esistenza.


Il primo film è quello dell’infanzia, a Fabrica di Roma, in provincia di Viterbo, quando ascoltava incantato il nonno tessere versi improvvisati mentre braccianti e contadini concimavano la terra di sudore.

Il secondo è, invece, quello della fine dell’adolescenza in quel di Roma, alla Cecchignola, dove, appena ventiseienne, Elia, prestò servizio come fante mentre all’orizzonte si profilava il disastro della campagna russa.

Il terzo film è quello della scoperta del cinema e dell’adesione al neorealismo con le sceneggiature puntualmente consegnate a casa di De Sica e restituite, ogni volta, con appena una pacca sulle spalle.

Il quarto sta a parte e lo vede insegnante per le scuole, docente modello inviso dai presidi per i suoi metodi progressisti e tutto preso dai bisogni dei soldati analfabeti che devono costruirsi una vita nell’Italia nuova.

Vi è infine il film straniero, per la precisione venezuelano, e racconta la storia di questo notevole emigrato che, mentre componeva poemi ed epigrammi in romanesco, sbarcava in Sud America, fondava la prima Accademia drammatica e di arte cinematografica di Caracas e girava La escalinada, capolavoro neorealista sulle bidonville che ancora oggi spunta tra i titoli dei film obbligatori nei corsi universitari sulle cinematografie del sud America. Ma che, di tanto in tanto, tornando in Italia per le vacanze, non disdegnava di lavorare in RAI, per documentari etnografici, nei quali sposava la causa degli indios che difese dalle mire imperialistiche.

Tra tutte queste cose c’è Li romani in Russia, poema in ottave classiche in romanesco sulla fine dell’illusione fascista di facili vittorie in giro per il mondo.

L’ottava, per il poeta, è una griglia di misure perfette dove la sicurezza della rima esplode nella sorpresa per la parola ad effetto e per l’immagine spiazzante. In questa griglia prendono corpo disegni precisi, tratti di china rubati alla notte senza tempo della storia, in cui tragico e grottesco si sfidano a gara come in un Dies Irae di medievale memoria.

A sentirli scanditi dalla voce di Cristicchi, una voce che non si pensava si adattasse tanto bene al recitato, ci si percepisce tutto il Dante che Marcelli aveva ben studiato per una tesi concordata, pensate un po’, con Natalino Sapegno. Il romanesco, invece, non stupisce affatto: lo sapevamo già capace di orrore sin dal Belli che nei suoi sonetti ci aveva messo dentro gli “angioli” dell’apocalisse a far squillare di paura le loro trombe portentose.

Li romani in Russia, però, non ha lo sguardo del poeta che cerca gli occhi del popolano per trovare proporzioni nuove con cui guardare un mondo di cui è urgente denunciare le storture. Semmai si mette al di qua del guado, cullato dalla trista certezza che le cose che canta le attinge dal ricordo e che già lì esse erano piene di quel grottesco e di quell’assurdo che nasce dalla consapevolezza che quando bruci le bandiere della becera propaganda fascista per farti caldo contro il freddo, queste ti si rattrappiscono nel rogo come camice nere.

Il fante, ci si chiede allora, ha diritto ad una sua Messa da Requiem anche se ha combattuto dalla parte sbagliata? Si, ci risponde Marcelli, ma solo se chi la canta non dimentica mai che “la verità è un vetro che è trasparente quando non è appannato”.

Lo sguardo, lucido e pragmatico, è tutto, in Li romani in Russia. Sta prima ancora della sua dimensione corale e fitta di voci e controcanti. In fin dei conti funziona bene a teatro perché c’è dentro prima di tutto tanto cinema, come nel disperato ralenti della morte di Juliana, che si accascia sulla neve piano piano, in bianco e nero, mentre una croce sullo sfondo intona per lei, in sottofondo, le note di uno Stabat Mater coi soldati fatti di colpo tutti figli e, al par di lei, tutti inchiodati e trafitti.

Alessandro Benvenuti disegna per questo spettacolo una regia di luci sobrie in cui il buio emozionato divide, più che capitoli, gironi diversi di una lenta discesa agli inferi. Ogni cerchio si porta indosso coperte nuove a proteggersi dal freddo di una Caina desolata in cui il tradimento più grande è quello della Patria nei confronti dei suoi figli. E il tutto si conclude nella disperazione di una waste land da cui ti sembra impossibile uscire per tornare a riveder le stelle.

Ma qualcuno uscì da quell’inferno, pare dirci Cristicchi con voce grigia, sopravisse e si fece carico, per noi, di serbarne memoria.

Alessandro Izzi

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I commenti degli spettatori

Inizio Stagione eccezionale... Il Teatro R. Paone alla cultura... Cristicchi in una performance eccezionale.. un testo (in ottave in
romanesco) profondo e nitido di un artista/protagonista della campagna di Russia, che lascia un'eccezionale eredità: "Elia Marcelli"... Un Omaggio alla vita, contro la "guera", in ricordo dei nostri cari morti in Russia... Grazie Teatro Bertolt Brecht...
Riccardo Marzi

Bello, una eccellente prova d'attore per Cristicchi, un testo forte e complesso in rima, il teatro pieno. Una bella serata di festa e democrazia
Maurizio Stammati