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20 novembre 2011
I TRE PORCELLINI ..ovvero, come salvarsi dal lupo e non solo Testo originale e regia di Valeria Pilia con Valeria Pilia, Manuela Sanna, Michela Atzeni e Davide Piludu Ideazione scenografica, maschere e costumi Valeria Pilia Realizzazione maschere Graziano Viale, Realizzazione Scenografia Antonio Belardi Sartoria Emma Ibba, Olga Scioni, Luci Wesley Cotza, Musiche Vinicio Capossela
Un
bambino, quando le luci di sala si spengono e si è in quel labile
spazio magico che separa il giorno dal sogno, trattiene il fiato come
se dovesse andare sott’acqua.
Lo senti, nel buio appena fatto, che ingoia l’aria con una fame tutta nuova e poi aspetta con quell’ansia mista a piacere che chiede solo di sciogliersi in un “oooh” di stupore e domande. E te lo vedi, quasi, mentre sgrana gli occhi nel buio, ridacchiando perché un po’ ha paura di quell’incanto così vicino al nero dei fondali intessuti di notte. Anche nella favola dei tre porcellini, presentata ad apertura di stagione in Famiglie a teatro del Bertolt Brecht di Formia, i bambini, che pure si divertono a vedere i maialini fare ginnastica e prepararsi la pappa di ghiande, in realtà non aspettano altro che il lupo cattivo. Sono come quei piccolini che dalle sedie alte buttano a terra i loro giochi per vedere sin quanto lontano arrivano le mani delle mamme a raccoglierli. Hanno bisogno di capire sino a che punto possono spingere avanti la loro paura, sentendosi le spalle coperte dai genitori seduti una fila dietro a loro. A questo serve il teatro ai bambini: a dargli i metri con cui misurare il loro Io nello spazio non più infinito del mondo reale. E soprattutto ad imparare a trovare dei limiti che divengano regole che è importante rispettare perché la magia funzioni. La favola è sempre didattica e ne I tre porcellini questa realtà diventa dichiarazione d’intenti, informa la struttura narrativa e la riempie di un’etica evidente nello scioglimento delle tensioni quando tutto torna, anche troppo, al proprio posto e il lupo cattivo diventa, per il pubblico, la maschera di una maschera, lo strumento per impartire una sana lezione morale. La scoperta che il lupo non esiste, che era solo un’invenzione, se da un lato rassicura il pubblico più piccolo che vede riportato indietro quel gioco che aveva lanciato più lontano che poteva dalla sedia, dall’altro gli consegna una piccola delusione che deriva dall’essergli stata negata la possibilità di confrontarsi con quel male che pure sente che esiste. In fondo, ogni bosco è sempre pieno di lupi. Questa doppia pulsione se in parte è felicemente aggirata nello sberleffo finale (alla fine i porcellini lasciano la mamma e partono comunque in cerca di loro avventure) è, però esasperata dall’impostazione scenica della pièce che, costruita sul peso gravitante di una scenografia fissa, si risolve in un continuo girare in tondo dei vari personaggi a costruire cerchi, traiettorie chiuse che solo appunto nel finale vengono superate, guarda caso nell’unico viaggio non visto, ma che si immagina, finalmente, lineare ed eterodiretto. Probabilmente è proprio la scenografia, in uno spettacolo assolutamente godibile e magistralmente interpretato, a costituire l’unico ostacolo che solo i bambini possono superare, riempiendo la superficie opaca con cui è costruita di fantasia e sogno. Se da un lato, infatti, è del tutto comprensibile la sua funzione metaforica, simbolo di una casa-infanzia da cui evadere, dall’altro essa chiude a muro ogni possibilità di sfondamento spettacolare, è il “sé” concreto che neanche le tendine floreali che ci vengono srotolate sopra a simulare il bosco, riesce ad ingentilire. Così tutto lo spettacolo pare fondarsi sulla strana contrapposizione tra la fissità della scena e l’enorme mobilità degli attori che da quella scena devono letteralmente fuggire. In questo modo al superamento della paura del lupo e del bosco si sostituisce un elemento altrettanto fondante per la crescita sana di un bambino: la smitizzazione della figura genitoriale. Ed è qui che non deve sfuggire la più brillante delle metafore della pièce. In fin dei conti mamma porcella, schiava della sua posizione genitoriale e della ripetizione costante delle sue azioni (enfatizzata nella scena in cui ripete a ritmo sempre più veloce: <<Lavarsi, vestirsi, fare i compiti, mangiare, dormire>>), trova anche lei il suo margine di libertà, ma lo fa solo nel momento in cui, indossata la maschera del lupo, può dare espressione alla sua fantasia e alla sua voglia di gioco. In fin dei conti, nell’impartire quest’ultima lezione ai suoi figli, lei si è divertita un mondo, ma l’ha potuto fare perché ha recitato una parte. In fin dei conti proprio a questo serve il teatro agli adulti che accompagnano i loro figli: a tornare un poco bambini. E in questo gioco, che per un’ora appena ci accompagna, sta la magia: nell’affrontare il mistero della crescita con qualche sorriso in più e con un pizzico in meno di dolore. Alessandro
Izzi
I commenti degli spettatori E' stato bellissimo! Spettacolo curatissimo. Regia, scenografia, interpretazione di grande efficacia. Teatro 5 stelle per i nostri bambini! Reggina Gitana Veramente una fantastica esperienza anche per i più piccini!!!!!! Giuliana Nocella Amendola In realtà è piaciuto anche a me adulto. O sono un po immaturo o lo spettacolo era veramente fatto bene Agostino Pierpaolo Rocca |