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8 gennaio 2012
TEATRO P - Lamezia Terme OLE’ !! LA MAGICA FAVOLA DEL CIRCO regia di Piero Buonaccorsio
Ve lo ricordate Ratatouille? La storia del topo di campagna che sogna, beato lui, di diventare al più presto un grandissimo chef? In quel film, nascosta proprio bene tra le mirabolanti avventure della Nouvelle Cousine e delle zuppe alla buona, sta, forse la più bella definizione che un artista abbia mai dato del mestiere del critico: la difesa del Nuovo. Eliot, il sommo poeta inglese, ci aggiungeva, ben prima dei cartoni animati, che il critico è chi si sforza di capire l’Arte per comunicarla agli altri. Una specie di ponte, insomma, tra artista e pubblico. Eppure Ego (nomen omen), l’insigne critico spauracchio dei cuochi di tutta Parigi, nel film, cominciava a far bene il suo lavoro solo dopo che un topo gli aveva cucinato a puntino le verdure dell’orto. Proprio come faceva la mamma tanto tempo prima e come lui ricorda in uno dei flash-back più vertiginosi della storia del cinema nel suo far prendere a braccetto le madelaine di Proust e le immagini hollywoodiane. Come a dire l’Arte non è vera se non ci riporta alle emozioni dell’infanzia e che il critico non fa bene il suo lavoro se non è disposto ogni tanto a portarsi, tenendolo per mano, il suo io bambino. Ebbene cosa direbbe l’io bambino del critico di fronte ad uno spettacolo come Olè!! La magica favola del circo? Direbbe che lo spettacolo è dannatamente divertente nel suo succedersi calcolato di numeri circensi. Direbbe che lui s’è scompisciato dalle risate quando poteva gridare alle attrici che il leone Beone se n’era andato dalla scena anche se poi quello, birichino, ogni tanto faceva capolino da dietro le quinte perché l’aver mangiato un domatore gli aveva fatto appena d’antipasto. Direbbe anche che, forse, il numero di magia non era così fantastico a lui che è abituato ai combattimenti ultrasonici dei cartoni animati di primo pomeriggio in televisione. Ma aggiungerebbe anche che, in fondo, la signorina che suonava la fisarmonica era di quelle che non gli sarebbe spiaciuto avere come maestra ad insegnargli, con simpatia, le favole, mentre quella che si dava arie da diva gli sarebbe stata bene come zia. Eh si! Il critico bambino tira la manica di quello adulto e coglie dello spettacolo spazi che al più grande sono preclusi. Si diverte e si stupisce d’ogni cosa e, alla fine, è pronto a riempire di colori tutti suoi il disegno di contorni che gli fa il teatro. Perché il critico bambino, alla fine, è quello che ha ragione e quello che detta le regole di spettacoli di questa fatta, che nascono per divertire in un gioco di regole spesso cangianti, in cui è bello perdersi per un po’ di tempo. Sapesse scrivere ne avrebbe di cose da dire… Epperò il critico, tornato a casa, il suo io bambino lo mette a letto e, rimboccandogli le coperte non può fare a meno di raccontargli, in favola, che, in fondo, Olè!! La magica favola del circo non si regge su una struttura forte, ma è solo una successione di numeri dettati da esigenze di entrate e uscite e costumi, prima ancora che dal bisogno di raccontare. E che le rapsodie son belle quanto vuoi, ma se l’attore ti deve proprio dire che il prossimo è l’ultimo numero, vuol dire che la cadenza non è preparata e che la musica non sa tornare da sola alla tonica. E mentre la voce gli prende il tono del “c’era una volta”, il vecchio critico ci aggiunge pure che certo è bello che il copione si sia costruito sulle filastrocche, ma ci voleva un po’ di spirito rodariano per far sì che le rime uscissero di pagina per prendere vita. Sicché alla fine nello spettacolo di circo ce n'é tanto, ma di favola resta poco. Poi, quando il piccino è lì lì per chiudere gli occhi, il suo io più grande, ma forse meno saggio, conclude la sua fiaba dicendo che un poco gli è mancato il momento patetico, la scena d’incanto in cui tutto si gonfia di quella malinconia che è la lacrima di un mondo, quello del circo, che parte ogni sera per non arrivare mai. Ma poi, quando il respiro del bambino si fa profondo e lento, dalla bocca dell’adulto esce timido un “grazie”, perché, in fondo, se se l’è goduto lo spettacolo, è tutto merito delle sue risate che riempivano la sola. O, forse, è merito degli attori che quel piccino hanno saputo risvegliarlo ad apertura di sipario. Alessandro
Izzi
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