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La finestra sulla scena

12 febbraio 2012
DON FAUSTO - AMORE E MAGIA NELLA CASA DI PULCINELLA
con Lello Serao, Maurizio Stammati, Margherita Vicario
regia Lello Serao



Faust stava in mezzo alle marionette già ai tempi di Marlowe.
In questa forma lo vide Goethe che ancora sognava in sturm und drang e in bianco e nero.
Ne rimase sì tanto soggiogato, il sommo autore tedesco, che in men che non si dica (che son pur sempre almeno quattro anni) ci scrisse su un’opera dai mille titoli. Faust ein fragment fu il primo, ed era posto in copertina di un libello  scritto ancora in marionette e burattini (si scelga alla bisogna) che forzavano la rima con le tentazioni della carne. Non c’erano le gole montane e i cori di serafini, ma c’era già Margherita, dannata sul finir dell’atto, e il di lei fratello ucciso per l’onore. Si sarebbe poi chiamato Urfaust, questo scritto già bello, perché sarebbe stato come la ghianda per una delle opere più alte dell’ingegno umano, quel Faust sul quale si sarebbero rotti le ossa tutti coloro che avrebbero provato a portarlo sulla scena o a farne opera per musica.
Poi, ad un certo punto, ce lo immaginiamo, questo tomo possente, cadere sul piede di Antonio Petito e ferirne un callo. Uno di quelli vecchi che fan male solo a sfiorarli.
“Ahi!” avrà esclamato il grande attore pensando bene, per un momento, di scagliare il volume giù dalla finestra. Ma ecco che la mano, a un passo dal possente lancio si ferma nella consapevolezza che la vendetta dell’artista è altra, e spesso si mischia tutta con l’amore: “Mi hai pestato il callo,” par di sentirgli dire “ma ti sono debitore… tra le tue pagine c’è, in fondo, la formula per evocare quel sogno intrecciato con immagini ambigue che insegnano e dilettano: strano binomio, un poco inviso dalla Chiesa per cui il bene passa solo attraverso il sacrificio e il teatro va chiuso in quaresima.”
Così il grandissimo Pulcinella del teatro italiano si mette di buzzo buono e detta ai suoi fidati scribani (ché lui era quasi analfabeta) Don Fausto, parodia di quel di Goethe che prende in mano le maschere (già armi del demonio) della cultura partenopea e le porta nella più teutonica delle fantasie e delle leggende popolari. Di più: ci aggiunge l’artificio del teatro nel teatro, mettendo in campo, come Amleto, una compagnia d’attori che sulla scena inventa perché una verità ulteriore sia rivelata. Non per aspera ad astra, quindi, ma per mendacias ad veritatem.
Petito condisce la sua fiaba, rielaborazione amorosa del capolavoro goethiano, col consueto sale della politica, perché, si sa, non può esserci maschera senza che ci sia sberleffo al potere e schiaffo a chi quel potere lo subisce con la pazienza scolpita sul volto. E il suo Pulcinella menzognero, alla fine, nei panni di Margherita, sale al cielo malgrado il primo Goethe avesse condannato il personaggio alle follie dell’inferno.
Tutto questo, decantato come un buon vino, distillato come un brandy che goccia a goccia scende nell’alambicco delle porzioni, è il Don Fausto a cui hanno posto mano Lello Serao, Maurizio Stammati e Margherita Vicario nella coproduzione Libera Scena Ensemble di Napoli e Teatro Bertolt Brecht di Formia.
In verità a noi pare ci abbiano messo mano il Sole, la Luna e l’altre Stelle tanto si riempie di cielo uno spettacolo che, sul cartellone, non sembrava chiedere altro che quelle stelle comete che sono i sorrisi dei bambini.
Per i più piccini, sembra, si sia pensato di mettere i burattini a giocare su scene che ad ogni dettaglio aprono scrignetti d’emozione, (che gran poeta è Carlo De Meo!). Sembra, si diceva, perché in realtà la scelta del burattino è uno di quei provvidenziali passi avanti della scena che sono sempre, a guardarli in giusta prospettiva, un passo indietro che scava sotto le radici con fame di tradizione.
L’idea di ibridare spettacolo d’attori con spettacolo di burattini (come oggi, spesso con troppo poca consapevolezza, si mettono insieme attori e proiezioni video) è, di per sé, geniale nella sua calcolata semplicità e crea un movimento che sposta l’asse della rappresentazione dal Teatro nel Teatro di Petito ad un Teatro ed un OltreTeatro che è inedito, nuovo, intrinsecamente bello. La scena si fa mossa oltre le traiettorie classiche del palco, si sfonda in profondità, allude ad un passato che dà un senso nuovo anche all’uso della maschera, altrimenti un vezzo carnevalesco a rischio d’usura.
Scelta che funziona, anche se paga un pegno ai più piccini proprio ad inizio d’atto, quando la bugia scenica inventata ai danni di Don Fausto viene decisa dalle marionette e ancora i bambini non sanno che uso fare, come spettatori, della scena che gli si apre davanti agli occhi stupefatti. Il rischio è che l’artificio teatrale non sia del tutto ben capito proprio da chi a teatro chiede soprattutto sogno. Ma scelta che dà anche il senso di un provvidenziale stravolgimento di valori che gratta spesso sotto la superficie dello spettacolo e che esplode, infine, nel portentoso finale. Del resto, si sa, i pegni si pagano perché l’intero gioco sia più divertente.
A questo apparato scenico arcano e magico gli attori si accostano portandosi ben appresso la loro consumata valigia del mestiere. In questo modo possono indossare i loro ruoli con quella disinvoltura dell’abitudine che permette, poi, il cesello sul dettaglio piccolo e minuto. Ed è questa cura per il dettaglio che colpisce nel Don Fausto con la regia di Lello Serao, quest’attenzione per le piccole cose, pei gesti da poco per gli sguardi e per le alzate di spalle.
Il tutto per approdare, infine, proprio al finale che non t’aspetti anche se mille indizi andavano in quella direzione. Perché l’ostinazione di Don fausto a non rinsavire, a chiedere ostinatamente, ancora e poi ancora, il ripetersi della favola bella, dell’illusione della scena, anticipata com’era dal pezzo di bravura dell’inno alla Luna, comara e ruffiana, ha un valore poetico inusitato.
Perché è un gesto poetico col raddoppio della scena tra la chiusura a labirinto e nel rimpianto del personaggio e un fuori in cui si celebrano le nozze di un nuovo sogno d’amore che è appannaggio solo dei giovani.
Perché è gesto politico, di un teatro che vuol continuare ostinatamente a sognare anche se fuori tutto chiude nella ripetizioni di riti sociali e mangerecci di stampo televisivo con le feste e i balli a cadenza comandata.
Perché è omaggio e rimembranza, che rievoca e suggella, che ammalia e immalinconisce nel riportarci alla mente, col potere antico delle suggestioni, il racconto di quella sera in cui Petito, colto da infarto mentre aspettava la sua entrata dietro le quinte, fu portato in scena, a morire nell’abbraccio triste d’un pubblico che l’aveva tanto amato. Alla luce della luna che neanche lei sa, in fondo, che ci faccia in cielo e che tutto intinge nell’inchiostro blu della notte ad un passo troppo stretto dall’oblio.
Con queste note ambigue si chiude uno spettacolo che è un atto d’amore quant’altri mai e che non si può non riamare a nostra volta.


Alessandro Izzi


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