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La finestra sulla scena

17/18 dicembre 2011
DISTURBI DI MEMORIA
con Lello Serao e Mario Porfito
regia di
Renato Carpentieri


Si fa presto a dire Teatro dell’assurdo!

A Disturbi di memoria di Manlio Santanelli, questo vestito, con tutte le lusinghe che si porta dietro, sta, in fondo, un poco stretto. Gli tira sulle spalle, non tiene bene in vita e, diciamolo, ha disegni troppo mossi e troppo poco astratti.

Non ha la sublime secchezza di un Beckett che in quella casacca ci stava a suo agio come quei capi che il sarto ci cuce addosso. Semmai ha un po’ della crudeltà affilata di un Pinter, ma quel torace troppo grande, dal respiro troppo pieno, tende a tal punto il tessuto della camicia di scena che spesso hai l’impressione che presto salterà almeno il primo bottone, per finire dritto dritto in faccia al pubblico.

La nostra ricerca di etichette con le quali incasellare il mondo produce spesso esemplificazioni che, pur sembrando giuste a tutta prima, ci lasciano addosso un vago sentore di insoddisfazione e la sicurezza inespressa che qualcosa è rimasto fuori, che il cartellino non dice davvero tutto il suo prezzo.

In fin dei conti del teatro dell’assurdo, Disturbi di memoria ha molti ingredienti. Tanto per cominciare l’aspetto chiuso e concentrazionario dello spazio col suo continuo rimando ad un esterno inaccessibile, oltre una finestra o dietro una voce al telefono che alludono senza mai spezzare le sbarre di questa trappola per topi. Poi la scelta drammaturgica della coppia di personaggi l’un contro l’altro armati in un lacerante esercizio di mutua crudeltà. Figure complementari incapaci ad “essere” senza l’altro, eppure impossibilitati anche ad essere “con” l’altro. Infine la chiusura temporale della piece nella perfetta coincidenza di tempo dell’azione e tempo della rappresentazione come a voler aggiungere alla gabbia della scena anche quella dei secondi che girano come meccanismi perfetti di serrature invisibili.

Ed è proprio sul versante della dimensione temporale che Disturbi di memoria, che in sé è un titolo abbastanza pinteriano, dimostra la sua distanza dal modello. Le serrature che girano sulla scena, allo scoccare inudibile dei minuti, sono, infatti, serrature che, sigillando la spazio, aprono, però, le stanze del passato. Quanto più il tempo della scena coincide con quello doloroso della rappresentazione, tanto più si attiva un doppio processo di regressione e di scardinamento di quelle rimozioni che erano state applicate a ricordi troppo dolorosi. Paradossalmente il rincontrarsi di due vecchi compagni di scuola che si conoscevano da ben prima dei tempi lieti del liceo, attiva le dinamiche di una seduta psicanalitica, in cui il passato viene rivissuto nella luce del presente. L’adesione alla poetica pinteriana che vede il passato come una nebbia indistinta capace di generare qualsiasi disegno su cui è lecito nutrire dubbi ontologici è, però, parzialmente contraddetta dalla violenza del ricordo rimosso che solo a fine piece trova la forza di riemergere per lasciarsi dietro le rovine della sua improvvisa epifania. L’indistinguibile sopravvive nell’incertezza dei dettagli. L’episodio traumatico che vide il piccolo Igino protagonista di un caso di pedofilia accadde forse in un giorno gravido di pioggia, ma magari c’era il sole. La memoria gioca brutti scherzi, ma la sua rimozione attiva nei labirinti della coscienza percorsi selettivi come le foto che lo stesso, ormai adulto, tiene sul pianoforte, e che vengono messe a favore di pubblico solo quando il discorso comincia a cadere sugli episodi “giusti”. L’intera esistenza di Igino del resto sembra ormai essersi chiusa solo nello spazio “pubblico” dello studio legale dove tutto è a segno di una perfetta messa in scena sociale di sicurezza borghese che solo l’irruzione del passato può sconvolgere come un terremoto in un’altra significativa coincidenza: quella tra spazio della rappresentazione e mondo interiore del (co)protagonista. Ottima, in questo senso, le scenografia.

Sicché il percorso memoriale di Pinter, sin qui mimato e tanto simile a quell’Old times che fu messo in scena per la prima volta qui in Italia da Visconti (altro autore che delle rimozioni del passato fece un proclama di poetica), si carica di una tale dolorosa dimensione umana che spezza anche gli ultimi ancoraggi del grottesco, sfiorando il cuore di una tragedia più vera e più attuale. Ed è in questa umanità raggiunta che si ravvisa la sostanziale ancorché non assoluta mancanza di strali polemici contro il mondo borghese che, invece, animano tutti i testi pinteriani.

La pienezza del risultato di Disturbi di memoria, comunque, sta tutta anche nella presenza attoriale di Mario Porfito e Lello Serao che i loro ruoli se li portano, loro si, cuciti addosso dal miglior sarto. Sono loro a riempire di straordinaria fisicità dei ruoli che potevano facilmente scivolare nel caso esemplare. E sono loro a riuscire a ricucire gli eccessi della messa in scena (necessari per la scrittura) in un costume lacerato come un grido munchiano.

Alessandro Izzi




I commenti degli spettatori

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